L’atteggiamento usuale di fronte alle espressioni più difficili della vita interiore è quello del contrasto, della lotta, dell’opposizione serrata. Quando si ha a che fare con degli stati di ansietà, con dei blocchi, con delle sensazioni di disistima o delle deflessioni dell’umore partono subito, senza che ci sia stato alcun ascolto, delle etichette che bollano in partenza l’esperienza interiore come negativa. Si dà per scontato, come se fosse un dato di fatto, che si tratti di un modo anomalo di sentire visto che non è conforme alla logica a cui si è abituati e che si ritiene assodata e indiscutibile. L’emozione viene definita e catalogata come negativa e si cerca subito il modo di contrastarla, d’abbatterla, riconducendola alla causa che avrebbe favorito questa conseguenza emotiva sfavorevole. E’ un atteggiamento aggressivo perché, alla cieca, senza capire il significato del proprio stato interiore, fa scattare subito, per partito preso, una definizione che lo squalifica come anomalo e ne ricerca la causa pensando che in ciò risieda il cercare di capirlo. Si pensa che in questa ricerca delle cause consista il cercare di capire il significato dei propri vissuti emotivi, ma in realtà l’elaborazione viene completamente saltata, non ci si chiede mai se in quello che si sta provando c’è un senso e una logica, non si riconduce il sentire disagevole a una espressione della propria interiorità, a una sua iniziativa per favorire la presa di coscienza, ma lo si considera come un danno, un cattivo funzionamento, provocato da una causa esterna. La ricerca delle cause non è capire i propri vissuti emotivi, l’etichettarli non è cercarne il senso, ma si tratta solo di forme di controllo, in cui si cerca di tenere a bada, di contrastare ciò che fuoriesce dai propri schemi mentali e che mette in discussione ciò che si è sempre creduto vero e indiscutibile. Il vissuto viene catalogato senza appello come una anomalia, l’unica cosa che si sta cercando di fare attraverso la ricerca delle cause è quella di identificare “il colpevole” di quello che in modo preconcetto è stato catalogato come un danno, una alterazione.
Quella che usualmente viene definita come formazione di consapevolezza consiste in questa ricerca delle cause, in cui non si cercano i significati, il senso, il cosa sta cercando di dire l’interiorità, ma solo i danni e i relativi colpevoli. In questo modo non si forma alcuna consapevolezza, perché non si cercano i significati dei vissuti emotivi, che vengono definiti in partenza come alterazioni prive di senso e vengono interpretati secondo un copione rigido, che diventa il proprio modo di autonarrarsi la propria vita. Un’azione che non è dialogica perché si è già stabilito che quel vissuto emotivo è anomalo e ci si mette sulla difensiva invece di essere aperti ad ascoltare la propria interiorità, valutando altre strade, altri modi di vedere la propria vita e le sue questioni salienti. I sintomi del disagio psicologico non sono infatti delle disfunzioni di cui deve essere rintracciata la causa ma sono il modo in cui l’interiorità sta cercando di prendere la parola per esprimere un punto di vista diverso su dei nodi cruciali della propria esistenza. Nodi esistenziali che spesso la persona ignora e che la sua interiorità sta cercando di far emergere perché è fondamentale diventarne coscienti. La persona pensa di avere già formato una consapevolezza ma in realtà è lontana dall’essersi compresa perché si è affidata a delle guide esterne di pensiero invece di avere attinto alla sua elaborazione interiore, profonda. La persona si è sempre affidata esclusivamente al ragionamento, senza legame con il suo mondo emotivo, però crede di sapere di sé, di aver capito di sé solo per una presa concettuale, teorica, sulle cose, senza alcun contatto con le emozioni. Ciò che crede di conoscere di sè è affidato alla sua testa, l’introspezione che crede già di possedere non è la riflessione, non è il contatto con la sua interiorità, che non ha ancora coltivato, ma si riduce al ragionamento. La pretesa però è quella di avere capito senza avere ascoltato ed essere entrata in rapporto con le emozioni, con il piano profondo, che ha escluso dalla sua esistenza.
La persona fatica pertanto a comprendere l’esigenza interiore di capire meglio degli aspetti di sé e della sua vita, fatica a percepire il vuoto di sé, del suo pensiero che ha seguito più dei modi comuni di pensare che essersi radicato interiormente. Allo stesso modo fatica a capire che interiormente vengono avvertite le fragilità di queste presunte consapevolezze frutto di un pensiero molto teorico e scollegato dalle emozioni. Interiormente questa fragilità, questo modo di procedere e pensare disunito da sé e dunque malcerto, questo essere un po’ persi dietro a dei riferimenti esterni viene avvertito. E’ questo equilibrio fragile, perché privo di un legame con l’interiorità, che emerge nella propria esperienza interiore, che risulta pertanto disagevole perché non può dare conferme ma cerca di fare avvertire le fragilità di un terreno interiore non ancora coltivato. C’è pertanto una logica nei sintomi, una logica che conduce a vedere questi nuclei di fragilità interna per dare inizio a un principio di trasformazione.
Capire non è identificare le cause di qualcosa che è già stato definito negativo e disfunzionale, capirsi veramente è dare la parola all’interiorità, è comprendere che le emozioni non sono delle alterazioni provocate dal comportamento di qualcun altro ma sono il modo in cui l’interiorità sta cercando di fare capire degli aspetti di sé e della propria vita di cui la persona è inconsapevole perché si è affidata al solo ragionamento. La persona ha bisogno di ascoltare la sua interiorità per imparare dalla sua elaborazione interiore a capirsi veramente. Ci sono delle incomprensioni con se stessa, dei modi in cui sta procedendo in disaccordo con se stessa di cui non è consapevole e ha bisogno di capirsi. L’interiorità la sta bloccando attraverso i sintomi per costringerla a fermarsi a fare chiarezza perché i fraintendimenti, le mancate verità, le zone d’ombra toccano i nodi cruciali della sua vita. Il dare senso, significato all’esperienza interiore è comprendere l’intelligenza del sentire, anche quando diventa disagevole, è assumerlo a guida per formare una consapevolezza vera, non è cercare un meccanismo di causa-effetto avendo ormai catalogato tutto dentro un rigido schema mentale che non fa vedere più niente. Ci si illude d’aver capito mentre si è chiusi dentro uno schema rigido che non fa che alimentare la lotta e il contrasto al proprio sentire. Le emozioni dentro questo schema mentale vengono viste come delle menomazioni, dei deficit che impediscono il proprio sviluppo. In sostanza un nemico che va combattuto perchè impedisce di realizzarsi, di svilupparsi, di credere in se stessi. Le emozioni disagevoli vengono viste come qualcosa che rema contro se stessi, che va contro il proprio bene invece di favorirlo. Il tutto viene esacerbato dalla lettura usuale del disagio psicologico che lo vede soltanto come un danno provocato da delle cause esterne. Questa visione peggiora le cose perché l’esperienza interiore del disagio viene equiparata solo a un danno subito, a un corpo estraneo che lede le proprie facoltà invece di essere ricondotta a una parte di se stessi che sta favorendo un’azione protettiva di riavvicinamento a sé.
L’atteggiamento è dunque quello di vincere queste emozioni, di sconfiggerle. Vincere l’ansia, vincere la disistima, abbattere i blocchi. Si pensa che vincere l’emozione sia superare i propri limiti per migliorare, per crescere. Si pensa che in questo consista il fare del bene a se stessi, che questo atteggiamento coincida con la cura. Non c’è fraintendimento più grande. Vincere, superare non è mai capire ma è contrastare, opporsi, aggredire qualcosa che non si è capito e che se venisse ascoltato nei suoi autentici significati diventerebbe il più potente stimolo al cambiamento. E’ questo atteggiamento di contrasto, che fa la guerra alle emozioni, ad essere problematico. Se lo si guarda oltre la superficie si può vedere che è un atteggiamento di fuga. E’ la fuga da ciò che non si vuole vedere e riconoscere. E’ più simile a un mettere a tacere, a uno spegnere, a un tenere a bada qualcosa che è scomodo vedere di sè, che non si vuole accettare. L’interiorità sta cercando di portare alla luce dei vuoti di sé, della propria autonomia nel condursi nella vita. La persona contrasta queste emozioni perché non vuole percepire il vuoto di se stessa. L’atteggiamento è sempre stato quello di riempirlo, di anestetizzare tutti i segnali interiori che cercavano di farlo percepire, invece di ascoltarli. La guerra alle emozioni è parte di questo atteggiamento problematico che rischia di impedire alla persona di assecondare il richiamo interiore a riallacciare il legame con sé, mettendolo a tacere per l’ennesima volta, invece di cominciare ad ascoltarlo senza più fraintenderlo…







