L’esperienza del dolore

L’esperienza del dolore

Pensiamo al dolore come a qualcosa di esterno, qualcosa di inflitto da fuori, ma in realtà è l’interiorità a coinvolgere a tal punto la persona nell’esperienza interiore da segnarla profondamente, dolorosamente. Le emozioni hanno una genesi interna, sono il frutto dell’azione dell’interiorità. Tutto quello che proviamo proviene da dentro anche quando diventa doloroso, non è il semplice riflesso di una causa esterna che avrebbe agito su di noi. E’ il nostro sentire che traccia tutto il corso della vicenda interiore, la guida, per farci prendere consapevolezza di modi di vivere e parti di non stessi con cui abbiamo bisogno di aprire un confronto dialogico. Ciò che ci segna, talvolta dolorosamente, è generato da dentro per sollecitarci alla presa di coscienza di noi stessi. La vicenda interiore è segnata dal proprio sentire, che è molto incisivo, lascia tanti segni, solchi, spesso dolorosi, sottolineature che diventano tracce necessarie per far maturare la propria consapevolezza. L’interiorità lascia segni importanti perché fa patire sulla propria pelle tutto ciò che è necessario sentire, percepire, per la formazione del proprio pensiero. La propria consapevolezza si forma passando dentro se stessi, vedendo su di sé degli aspetti problematici, sentendoli sulla propria pelle, passandoci dentro. Non è con una presa concettuale, teorizzando su  fatti o eventi esterni, che si forma la consapevolezza, ma passando attraverso la propria vicenda interiore, anche quando i suoi passaggi diventano difficili e dolorosi. Sono passaggi impegnativi perchè espongono a una percezione di sé molto diversa da ciò che si è abituati a vedere e dire di sé in superficie, a livello cosciente. Una percezione di sé più disagevole, perché non mistificata dall’azione mentale, ma al contempo ricca di possibilità trasformative. La riflessione non è una presa razionale sulle cose ma è il passarci dentro sentendole, è il vedere su di sé come in uno specchio degli aspetti critici che spesso siamo disposti a vedere solo all’esterno, sugli altri.

Sono stati interiori di notevole intensità, il sentire fa presa, afferra per non lasciar scappare, preme nei punti vivi che la persona ha bisogno di vedere. E’ fondamentale comprendere che sono segnali interiori, provengono da dentro, non sono l’esito di eventi esterni. Quando il sentire fa presa, dando magari segnali di sconforto, è un attimo pensare che queste emozioni, considerate erroneamente “negative”, siano il riflesso di eventi esterni che abbiamo vissuto nella nostra esistenza. In realtà questi vissuti non sono il riflesso di qualcosa di esterno che ha agito su di noi ma è la nostra interiorità che sta cercando di muovere degli equilibri, facendoci percepire con emozioni complesse che alcuni dei nostri modi di vivere non ci corrispondono, che sono critici e abbiamo bisogno di prenderne coscienza. Un esempio è quando l’interiorità preme e attanaglia per far sentire il vincolo di dipendenza dall’esterno, un nodo esistenziale che spesso passa del tutto inosservato quando il discorso viene portato tutto fuori. E’ un nodo doloroso e decisivo perché la persona spesso ha costruito il suo equilibrio psicologico, il senso di sé, sul ricevere conferme dall’esterno invece di costruire qualcosa di proprio, coltivando il rapporto con la sua interiorità, con tutte le ripercussioni psicologiche che questo comporta, come il sentire sta cercando di farle dolorosamente  percepire. Quando la persona si muove così sbilanciata verso l’esterno l’interiorità manda dei richiami interiori importanti, che possono essere nel segno dell’inquietudine, della fragilità, dello stato d’ansietà. Interpretare questi segnali come l’esito del comportamento di qualcun altro significa non comprenderne la genesi interna e la finalità trasformativa.

L’esperienza dolorosa è inconcepibile come qualcosa che ha una origine interna e viene descritta come una afflizione causata dall’esterno perché generalmente non si concepisce la vita come un terreno di scoperta, un lavoro di ricerca di sé, un impegno a far vivere qualcosa di proprio. Per questa ragione non si comprende che la sofferenza è un lavorio interiore, molto impegnativo, su cui l’interiorità è disposta a spendersi, in energie e forze, finalizzate a realizzare qualcosa di proprio, corrispondente a sè. L’interiorità non risparmia l’esperienza dolorosa, non ne è estranea, perchè è tesa a far vivere il proprio progetto.  Noi siamo disposti profondamente a questa fatica di farci vivere ma non ne siamo consapevoli perché in superficie prevale l’atteggiamento del trovare soluzioni esistenziali pronte, facili. L’incomprensione con il mondo interiore è tanta, perché non ci si accorge che i segnali interiori di sofferenza originano proprio da questo atteggiamento disinvestito, tutto rivolto all’esterno, che ha cercato fuori le soluzioni esistenziali invece di coltivare il rapporto con la dimensione interiore. Ciò che ci segna dolorosamente è mosso da dentro, è voluto da dentro, per aprire al confronto con questi nodi esistenziali fondamentali. Anche quando ci sono eventi esterni significativi, c’è qualcosa di più profondo, di nostro, di riconducibile a noi. Gli eventi esterni toccano qualcosa di nostro, fanno vibrare delle corde interne.

L’evento è la superficie, ma poi c’è una interiorità che elabora, che decide il corso della vicenda interiore, imprimendo la sua direzione. Non c’è mai una azione meramente meccanica anche quando succedono degli eventi all’esterno che ci turbano e agitano, perché tutto quello che passa tra l’evento e ciò che percepiamo è nostro, è il frutto di una elaborazione interiore. L’interiorità  prende sempre posizione, in ogni circostanza e ci riconsegna sempre a noi stessi per formare gli strumenti di consapevolezza che ci sono necessari. Non c’è una azione diretta dell’esterno su di noi, ma c’è sempre una elaborazione interna, che compie l’azione principale. La vita interiore non è una mera copia di ciò che accade fuori, non ne è una propaggine o una prosecuzione, ma l’interiorità elabora a modo proprio l’esperienza, in maniera del tutto autonoma e molto più complessa di ciò che i fatti sembrano dire. L’esperienza dolorosa non è pertanto l’esito di una azione diretta tra l’esterno, che si imprime su di noi, e l’interno, che ne porta i segni, ma è un percorso complesso, fatto di passaggi e elaborazioni, che portano a percepire delle emozioni più profonde rispetto all’evento esterno. Per questa ragione se si vuole capire ciò che accade interiormente occorre a un certo punto separare l’azione esterna da quello che accade dentro perché l’interiorità elabora a tal punto l’esperienza da portare tutto su altro piano, quello interno.

Quello che l’interiorità fa percepire sono dei nuclei propri, spesso molto vivi, che a quel punto prescindono dall’azione esterna, sono qualcosa di più profondo, proprio, attengono integralmente il nucleo profondo della propria soggettività. Per capire l’esperienza interiore bisogna raggiungere quei punti interni, non rimanere sulla superficie degli eventi esterni come se ci fosse una logica meccanica e consequenziale, che in realtà non c’è, perché l’elaborazione interiore segue una logica diversa, non desumibile da una relazione causa- effetto. C’è una elaborazione complessa che porta altrove, a toccare dei nuclei della propria personalità di cui occorre prendere coscienza. Questo permette di vedere il proprio ruolo attivo negli eventi della propria vita, perché le dinamiche psicologiche sono complesse, riguardano in primo luogo noi stessi e non solo l’altro. Riconoscere ciò che di noi si esprime nella nostra vicenda esistenziale è lo strumento fondamentale di cambiamento. Come dico sempre a chi comincia un percorso di psicoterapia noi non possiamo cambiare gli altri ma abbiamo la possibilità di cambiare molto di noi stessi per tornare a essere padroni della nostra esistenza…

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