L’ansia blocca la gara

L’ansia blocca la gara

Secondo la visione comune la spinta evolutiva e realizzativa dell’uomo risiede nella sua parte mentale, razionale. La crescita viene fatta coincidere con l’espansione della sfera razionale, intellettuale, che garantirebbe un processo di perfezionamento e di civilizzazione laddove il mondo emotivo sarebbe il regno di una istintualità caotica e incontrollata. Secondo questa visione della psiche, che ha alla base numerosi preconcetti, la sfera razionale sarebbe il principio fondante che garantisce lo sviluppo ottimale mentre le emozioni vengono viste come minacce e ostacoli che lo intralciano con le loro espressioni apparentemente irrazionali, come l’ansia. Le emozioni disagevoli come l’ansia vengono viste come qualcosa che rema contro se stessi, che invece di favorire il proprio sviluppo lo minaccia. Secondo questa visione preconcetta l’ansia non avrebbe alcun significato né tantomeno alcuna funzione, ma sarebbe solo una disfunzione che ostacola la propria crescita. In sostanza un nemico che va combattuto perché impedisce di realizzarsi, di esprimersi, di credere in se stessi. L’atteggiamento è dunque quello di vincere questa emozione, di superarla. Si pensa che sconfiggere l’ansia significhi superare i propri limiti, migliorare. Così si combatte l’ansia, si lotta per avere la meglio su questa emozione.

Si pensa che tenere a bada le emozioni, esercitando su di esse un controllo razionale, sia la cosa più favorevole al proprio sviluppo. Si identifica in questo distacco dal mondo emotivo un principio evolutivo. Questo uomo così distaccato dalle sue emozioni, ritenuto evoluto perché capace di tenerle a bada, in realtà ignora tutta la parte più autentica e profonda della sua personalità, di cui non favorisce lo sviluppo perchè non la conosce, non conosce se stesso.  E’ spinto e dominato spesso del tutto inconsapevolmente da una parte della sua personalità, nella quale si è completamente identificato, credendo rappresenti se stesso, ma che, in realtà, rappresenta solo la superficie esterna, egoica, ciò che mostra agli altri di sè. E’ un uomo che ha perso la consapevolezza della complessità del suo essere, che vede di sé solo la superficie e che scambia questa sua parte egoica per ciò che è suo, per se stesso. L’uomo, privo del contatto con le sue emozioni, riconosce solo la realtà esterna e non più quella interiore, l’unica cosa che sembra contare è dare prova di sé agli altri dimostrandosi adeguato a degli standard performativi completamente estranei alla sua interiorità. La persona che ha perso il rapporto con le sue emozioni segue dei riferimenti esterni, nella sua vita sembra esistere solo il parametro del paragone e del confronto con gli altri, sotto il quale rimane schiacciata.

Quando la persona è disconnessa dalle sue emozioni, la spinta che parte dalla sua testa, ritenuta la spinta più consapevole volta alla sua realizzazione, è in realtà una spinta assai poco consapevole, da cui la persona è dominata e che la porta a performare. Quella che viene scambiata per realizzazione è in realtà l’essere performativi, il riuscire a stare al passo con gli altri facendo vedere che non si è da meno. La testa porta avanti un ideale realizzativo che in realtà è la spinta più grande al doversi sempre dimostrare “bravi” agli occhi degli altri cercando di emulare il modello ritenuto vincente. E’ la distorsione dell’idea della realizzazione perché trasforma la vita in una corsa, in una gara imitativa in cui ci si sforza di emulare dei modelli esterni invece di dare vita alla propria soggettività. La performatività non porta a costruire, a coltivare, a dare forma a qualcosa di proprio ma solo a misurare tutto in termini di risultati, voti e giudizi esterni. Si riduce alla sola azione del dimostare e del dare prova di buona riuscita, un’azione che non porta a far crescere se stessi ma soltanto a esaurirsi nella prestazione.

La crescita è dare vita a qualcosa di proprio non produrre un risultato che sta nello stampino dello standard. L’ansia fa percepire la fragilità che si alimenta quando la persona cerca di darsi valore attraverso l’apprezzamento degli altri invece di far vivere qualcosa di proprio, portando a maturazione un progetto corrispondente a ciò che più profondante le appartiene. E’ il senso di fragilità che deriva dall’aver collegato il proprio valore ai risultati esterni, all’apprezzamento degli altri, al loro giudizio. Tutto questo è ben lontano da una crescita e da uno sviluppo autentico, anzi tiene la persona in una condizione di immaturità che la porta a interpretare la sua vita come una gara continua, con la smania di non rimanere indietro nel rincorrere obiettivi di cui non si è mai chiesta il significato. La persona ha infatti inseguito degli obiettivi per piacere agli altri ma non si è mai chiesta cosa interessa a lei, cosa le appartiene veramente. Le emozioni, considerate erroneamente la parte irrazionale e primitiva sono invece ciò che cerca di bloccare questa assurda corsa al confronto con l’esterno. L’ansia non è una alterazione priva di senso ma arriva per bloccare questa corsa che porta la persona a perdersi andando dietro a dei modelli comuni invece di dare vita al proprio progetto. Le emozioni non sono l’irrazionale e l’insensato ma bloccano la smania incontrollata e irrazionale di correre dietro ad altro perdendo se stessi. L’uomo che non prende consapevolezza di queste spinte del suo ego può perdere la padronanza della sua vita, può perdere se stesso e le sue emozioni cercano di comunicarglielo. Le emozioni lo aiutano in questa presa di coscienza, facendogli percepire la mancanza di radicamento a sé, il non avere in mano la guida della sua vita.

Le emozioni contengono un principio evolutivo, spingono a crescere e a maturare, ad andare oltre questa spinta meramente emulativa. L’ansia non è mai il problema ma vuole far emergere quello che è il vero problema, che consiste in questo atteggiamento troppo mentale e prestazionale. La testa deve performare, è imprigionata completamente in questo doversi dimostrare non da meno degli altri e degna del plauso esterno. Questo atteggiamento prestazionale crea una notevole pressione interna perché tutto il proprio valore è collegato al giudizio esterno, da cui si diventa dipendenti. Non è l’ansia a creare pressione ma è la testa a fare pressione per dimostrarsi all’altezza degli standard che si è imposta andando dietro a delle gerarchie di valore esterne. Occorre ascoltare l’ansia invece che combatterla perché è il modo attraverso cui l’interiorità sta favorendo un mutamento di atteggiamento, una crescita e con essa il recupero del proprio potenziale umano che rischia altrimenti di disperdersi in quella assurda corsa…

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