La vita non è un compito in classe

La vita non è un compito in classe

Scrivere la propria vita, interpretarla a modo proprio, scoprendone i significati dentro di sé, senza basarsi su definizioni precostituite, prese da fuori, è tutt’altro che una cosa scontata. L’atteggiamento prevalente nei confronti della vita è quello scolastico, che la interpreta come se fosse un compito in classe, una prova in cui ci si deve dimostrare “preparati” seguendo la lezione presa a modello. La mentalità scolastica rimane vincolata ai voti, agli attestati, al riconoscimento esterno. L’impegno è finalizzato al voto, la motivazione e la fiducia ne dipendono, si fatica a fondare l’impegno su un proprio interesse personale, su uno spirito di ricerca che trae motivazione dentro di sè. Sembra che se viene meno il voto viene meno tutto, perché non si è abituati a cercare motivazioni altre che non siano l’attestato da conseguire. L’aspirazione al miglioramento, al cambiamento, sembra vivere solo in funzione dello sguardo esterno che attesta e che dà conferma invece di trovare autonomamente forza e ragioni d’esistere dentro di sé.  Spesso non ci si è mai chiesti seriamente quali fossero i propri interessi perchè l’atteggiamento scolastico ha portato tutta l’attenzione fuori, a cercare nell’esempio degli altri, in un modello innalzato a ideale la meta da conseguire.

L’atteggiamento scolastico porta a mettere sul piedistallo, innalzandoli sopra di sé, dei modelli di vita, spesso a forte impronta ideologica o culturale, atre volte basati sul senso comune o sull’esempio di persone che sembrano incarnare la vita ideale. Non ci si rende conto che questa vita ideale è la vita da manuale, in cui ci si irrigidisce nel pensare e nel fare la cosa “giusta”, idonea al manuale, del quale si diventa dei rigidi esecutori sentendosi subito in difetto se si contravviene alle sue direttive. Si è completamente inquadrati nel dover fare la cosa giusta, seguendo dei binari predefiniti, delle regole che ci si limita ad applicare in maniera ligia, come degli studenti che si sentono sempre sotto esame, tesi a dimostrare di sapere bene la lezione invece di capire e di formare un proprio pensiero. Tutto deve incanalarsi nel modo di vivere che il manuale sancisce, nelle sue regole, nel suo copione, senza scoperta dei propri significati, senza spontaneità né senso critico. C’è quel modo di fare le cose, solo quel modo, che è quello giusto e non c’è scoperta propria e autentica dei significati. In questo senso l’atteggiamento scolastico diventa rischioso perché la persona vivendo inconsapevolmente la sua vita in questa dimensione della scuola è un attimo che si mette in cattedra, convinta di aver capito tutto, anche se in realtà non ha formato una sua consapevolezza, atteggiandosi a maestrino/a che impone le proprie idee sugli altri convinta che riproducano qualcosa che è indiscutibilmente giusto e sacrosanto. Spesso quando è l’atteggiamento scolastico a prevalere nella propria vita ci si irrigidisce in alcuni ruoli come quello della “brava madre”, della “brava lavoratrice o del bravo lavoratore”, del “bravo figlio” e molti altri. Ruoli che devono seguire delle regole predefinite, variabili a seconda del modello che si è innalzato ad ideale, ma con la medesima dinamica dell’autoimposizione e dell’autodisciplina che porta a sentirsi subito in difetto se si contravviene il copione innalzato a dogma.

Ci sono molti copioni, i più rigidi sono quelli che hanno la velleità di non essere convenzionali, che s’ammantano d’autonomia e di apertura di pensiero, d’ aver rotto con gli schemi, anche se in realtà si tratta di una rottura del tutto illusoria. E’ una vita regolamentata da principi e regole che non hanno una base di consapevolezza interiore, ai quali la persona si affida in maniera acritica, lasciandosi istruire e definire dall’esterno. Il punto è che la persona si lascia istruire in primo luogo sulla sua intelligenza e sulla sua sensibilità. Son queste qualità umane ad essere le più regolamentate e disciplinate. Questo crea un notevole conflitto interno perché l’interiorità si sente imbrigliata dentro schemi e definizioni che non le appartengono. Ci si fa dire cosa è l’intelligenza, quali sono le cose intelligenti da sapere e da dire. Si è sempre tesi a dire la cosa giusta e intelligente secondo queste gerarchie di valore, con delle importanti implicazioni circa l’espressione di sé, che risulta dominata dal modello che si è innalzato a ideale e nei confronti del quale si rimane in uno stato di soggezione. Ci si riferisce sempre ad autorità esterne pensando di essere intelligenti nel citare ciò che riscuote il consenso invece di formare dentro di sé un proprio pensiero, una propria visione delle cose. Appena si esce dallo schema della lezione ci si sente subito in difetto, manchevoli di impegno e di sensibilità. Ci si fa dire quali sono le cose su cui impegnarsi perché sono quelle che contano, quali sono le battaglie che vanno combattute e a cui non ci si può sottrarre, pena il sentirsi disimpegnati, menefreghisti e insensibili. Il senso di inadeguatezza è il segnale rivelatore di questo atteggiamento problematico, che porta a sentirsi subito “impreparati” come quando, in epoca scolare, capitava di non avere fatto i compiti. Difficilmente però si porta la riflessione su di sé, su questo atteggiamento passivo del “bravo scolaro”, perché è un passaggio doloroso che si vuole fuggire, si preferisce darne una lettura vittimistica appellandosi a una insicurezza personale dovuta al non credere sufficientemente in se stessi. C’è ben altro nel senso di inadeguatezza, c’è tutto un atteggiamento ancora immaturo e poco autonomo nei confronti della vita, c’è un permanere dentro una dimensione scolastica invece di entrare in una dimensione creativa.

Non meno importanti sono i copioni che disciplinano la sensibilità e la bontà perché sono emozioni che si trovano imprigionate in questi rigidi principi, divenuti dogmi, senza radicamento al mondo interiore. Il copione emotivo è il più opprimente perché non lascia spazio ad alcun ascolto delle emozioni autentiche, che vengono forzate a rappresentare ciò che è “giusto” provare e sentire. Il copione vive in funzione dell’esterno, del far vedere che si è bravi e degni, all’altezza del modello. L’interiorità dà dei segnali importanti di sofferenza perchè si sente costretta dentro questa rappresentazione inautentica. Il problema è che i segnali interiori vengono interpretati come deficit, come alterazioni prive di significato, non li si collega al proprio atteggiamento nei confronti della vita. In realtà si tratta degli stimoli più potenti a cambiare questo atteggiamento imitativo e da copione, la loro finalità è costruttiva ed è importante riconoscerla per favorire la maturazione e la crescita che stanno favorendo…

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