Interiorità: principio vitale. Riflessione sul vuoto e sulla mancanza di senso

Interiorità: principio vitale. Riflessione sul vuoto e sulla mancanza di senso

L’interiorità non è una entità astratta, separata dalla realtà che quotidianamente viviamo. Spesso la si immagina come una dimensione soprannaturale, spirituale, altra, ma in realtà non si tratta di un altro livello o dimensione dell’esistenza. L’interiorità è la possibilità, o ancora meglio, il potenziale umano, di dare un senso all’esistenza che non sia solo quello immediato, concretistico e di mero adeguamento alla realtà. L’interiorità è ciò che dà significato alla vita, è ciò che trasforma gli avvenimenti della vita nell’esperienza interiore. Noi non viviamo del mero susseguirsi di fatti e eventi meccanicamente tenuti insieme da un nesso di causalità ma viviamo un’esperienza interiore in cui l’interiorità attraverso tutto quello che si muove dentro di noi a livello profondo, emotivo, crea dei nessi capaci di farci comprendere la vita al di là del mero dato di fatto e dunque del mero apparire. La nostra vita non è meccanica ma è una esperienza in cui continuamento ogni vissuto è accompagnato e costellato da emozioni attraverso cui l’interiorità va al di là del mero ripetersi dei fatti per dare un significato, per far comprendere la realtà con i propri occhi invece di subirla passivamente.

“Dare senso” vuol dire non prendere in maniera immediata, automatica, concretistica i significati dall’esterno, senza capire, ma formare una propria consapevolezza attraverso l’elaborazione profonda che è il cuore dell’esperienza interiore. I sogni sono l’esempio più calzante della capacità dell’interiorità di trasformare gli eventi della propria vita nei simboli, in un linguaggio interno cha restituisce alla persona il senso di sé, la consapevolezza di sé, la sua personalità, i suoi significati, affrancandola dal definirsi solo in relazione a qualcosa d’esterno a sé in una narrazione di vita che tiene conto solo dei fatti, delle circostanze, dei comportamenti degli altri. L’interiorità dà volto e sviluppo a tutte le potenzialità soggettive invece di parlare in termini impersonali, attraverso categorie e definizioni standardizzate come è propensa a fare la parte razionale che più facilmente inquadra e incasella l’esperienza umana in definizioni precostituite. L’interiorità non usa definizioni generali, schemi preconfezionati, usa i simboli e le emozioni, non riconduce l’uomo dentro allo “stampino” ma lo restituisce a se stesso attraverso l’esperienza interiore in cui lo cala continuamente, in ciò che gli fa sentire e provare.

L’interiorità non è un’altra realtà ma è la capacità d’andare oltre i significati predefiniti, gli schematismi e le categorie mentali che ripetono i comuni modi di concepire la vita. Senza una visione propria della realtà, possibile solo se si alimenta il rapporto con l’interiorità, ci si svuota, ci si impoverisce, ci si tratta solo come qualcosa che deve adeguarsi a uno standard preso a riferimento, ci si limita a guardare la superficie di se stessi. Se esiste solo l’esterno e non c’è più l’elaborazione interiore, significa che c’è solo lo standard, l’adeguamento al modello (convenzionale o non-convenzionale), il concreto, manca tutto ciò che ha un volto proprio, manca il senso di sé e possono comparire dei sintomi importanti legati a questa perdita della capacità di dare un senso alla propria vita. Un senso che non si recupera creando nuove situazioni, rilanciando sugli eventi esterni, ma recuperando il rapporto con l’interiorità, uscendo dall’inevitabile appiattimento sulla meccanica dei fatti a cui ci si condanna se si rimane disconnessi da se stessi. In assenza di un contatto con le emozioni la vita diventa una cronaca, un copione preso da fuori e meccanicamente ripetuto, invece d’essere un vissuto soggettivo, significativo.

Senza un rapporto con la dimensione interiore si vede solo l’esterno, ciò che è già precostituito e che sembra un dato di fatto, invece di vedere la complessità della vicenda esistenziale, di cui è parte integrante tutto l’aspetto interno, che incessantemente trasforma ogni evento in una esperienza interiore. L’interiorità forma consapevolezza, grazie alla sua capacità di trasformare gli avvenimenti nell’esperienza interiore elabora una visione propria, permette di attingere ai propri significati, di sviluppare un senso critico. Permette alla persona di formare un proprio pensiero invece di avere un pensiero già indirizzato, incanalato, che si limita ad aderire passivamente ai modi comuni di pensare, appiattendosi in ciò che sembra scontato, immediato, già definito. L’interiorità è dentro la realtà ma la elabora per non lasciarla nel dato concreto, immediato senza che ci sia stata una vera elaborazione e quindi la capacità di comprendere, di far propri dei significati. Non dovrebbe pertanto stupire che la persona che non ha contatto con le sue emozioni non si senta vitale, non trovi più senso alla sua esistenza proprio perché è l’interiorità che restituisce alla persona il senso. C’è un appiattimento nel dato concreto, oggettivo, normato, non c’è più niente che rimandi a sé, alla propria soggettività, a qualcosa di proprio e pertanto significativo. Senza la soggettività l’uomo diventa oggetto, si condanna ad essere una marionetta, un soldatino malato di normalità, che riproduce lo standard di vita, la norma in maniera meccanica. L’interiorità toglie l’uomo dalla condizione di mero oggetto e gli restituisce l’essere se stesso, il senso di sé, il suo.

Quando manca il rapporto con l’interiorità l’uomo si ammala perché la sua vita diventa meccanica ripetizione, perché tutta questa capacità di trovare i propri significati si perde e c’è solo adeguamento a ciò che è già stato definito da fuori. Ci si fa dire tutto da fuori, gli obiettivi che devono essere raggiunti nella vita, i propri bisogni, i modi e i tempi in cui affrontare le varie età della vita dalla giovinezza alla tarda età. Tutto sembra scontato e immediato, oro colato, quando invece non lo è. Il rapporto con la realtà diventa di mero adeguamento invece di essere un’esperienza soggettiva. Il pensiero rimane sulla superficie, cade nella banalizzazione anche se spesso si ammanta d’intellettualismo, la sua elaborazione non riesce a cogliere il significato oltre le spiegazioni usuali. Sono ragionamenti di cui ci si accontenta, che impacchettano le cose senza capirle e questo si traduce in un impoverimento del proprio essere. Pensiero e personalità ne risentono, tutto rimane superficiale e questo si fa sentire in termini di senso di vuoto e di inconsistenza. Non sono i fatti che fanno sentire vivi ma il pensiero e la personalità. Se si insiste sui fatti, procurandosi circostanze apparentemente sempre più allettanti si finisce solo per tornare nella meccanica del vivere. Il senso di vitalità non è collegato all’esterno, a quante cose si fanno, come comunemente si pensa, ma alla percezione della propria personalità. Se si rimane sulla superficie della propria personalità, perché non si è costruito un rapporto con la dimensione interiore e ci si è limitati ad adeguarsi alla realtà esterna, il vissuto è quello del vuoto esistenziale. Per comprendere il vuoto e la mancanza di senso occorre mettere in primo piano il rapporto con il proprio mondo interiore, se si considera l’interiorità come qualcosa di malato e deficitario ci si appiattirà ancora sull’idea di malattia senza recuperare il senso e il significato della propria esperienza interiore, che c’è anche quando prende la strada dei sintomi…

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