Si è abituati a pensare alla testa come alla parte che pensa lucidamente e alle emozioni come a qualcosa che può minacciare pericolosamente questa lucidità mentale. Questo pregiudizio è talmente radicato che tutta la spinta evolutiva dell’uomo ne ha seguito la direttiva. L’evoluzione dell’uomo viene infatti fatta coincidere con il distacco dal mondo emotivo, come se svilupparsi ed evolvere consistesse nell’esercitare un sempre maggiore controllo sulle emozioni. Queste ultime sono state rese sempre più marginali per lasciare spazio all’espansione della sfera intellettuale, ritenuta quella capace di capire e di rendere la persona lucida e aperta. Questo modo di vedere le cose porta a misconoscere la vera natura della parte conscia e inconscia dell’uomo e a non comprenderne le reciproche dinamiche. Si tratta di spiegazione date ormai per scontate ma, in realtà, poggiano su tesi pregiudiziali. Secondo questi preconcetti, ormai radicatissimi, alla parte mentale dell’uomo viene attribuita lucidità, logica, razionalità. Nella parte inconscia invece regnerebbero il caos, l’irrazionalità, un potenziale distruttivo. L’inconscio è considerata una appendice primitiva, rudimentale del mentale, preda di pulsioni incontrollate.
Questa visione della psiche è fuorviante e fondata su molti pregiudizi che derivano dal fatto che il vertice d’osservazione dei processi psichici è sempre stata la parte mentale. Basta cambiare prospettiva, guardando i fenomeni psichici attraverso l’inconscio, come si può fare attraverso i sogni, che tutto cambia. Ci si accorge che queste categorie mentali non tengono, che la realtà è molto diversa da quanto il piano teorico afferma. La lucidità di cui godrebbe la testa in grazia dell’avere espulso le emozioni è già un primo pregiudizio. Il distacco dalle emozioni non genera lucidità mentale anzi priva la testa di una guida di consapevolezza essenziale, quella interiore, lasciando la persona in balia di guide esterne di pensiero. La persona affidata solo alla sua testa, senza il suo mondo interiore, è “persa”, perde lucidità, perché è priva di un riferimento dentro se stessa e si fa trascinare in maniera acritica da modi esterni di pensare, che non hanno alcuna base di consapevolezza dentro di sé. Il mondo emotivo lungi dall’essere il terreno di pulsioni caotiche e incontrollate è un terreno di formazione di consapevolezza. Dall’interiorità può nascere, se si sviluppa la capacità di entrare in rapporto con le emozioni, una visione lucida e consapevole di se stessi e della propria vita.
Il mondo emotivo è tutt’altro che caotico ma finemente organizzato e finalizzato. Fin dall’età infantile l’interiorità dà vita a tutta l’esperienza interiore, ne traccia il filo interno attraverso il sentire, per formare la consapevolezza di cui la persona necessita per potersi guidare nella sua esistenza. Le emozioni sono lo strumento essenziale per capirsi, per orientarsi, per guidarsi sulla base di propri significati, maturati ed elaborati interiormente. C’è una storia interna che si snoda incessantemente affinchè la persona prenda consapevolezza di sé. Il punto è che la persona ignora questa guida interna, se ne distacca per aderire al piano mentale, che predomina e schiaccia il piano profondo. A differenza dell’inconscio, che elabora tutto autonomamente e in modo critico, la testa prende tutte le sue guide all’esterno, rendendo la persona sempre più passiva. Il predominio del mentale a scapito delle emozioni passivizza la persona, rendendo la sua vita sempre più regolamentata da canoni di vita esterni, che stabiliscono come si debba essere, quale è il valore personale, cosa è giusto fare. Senza la sua guida interna la persona non ha la padronanza della sua vita perché non si dirige da dentro, sulla base di una propria consapevolezza, ma si fa dirigere da idee e modi di pensare esterni, che crede suoi ma nei quali si è semplicemente identificata. Esercitare il controllo sulle emozioni, tenerle a bada, non è avere padronanza della propria vita ma è autodisciplinarsi e forzarsi dentro dettami di vita, irrigidendosi in schemi di ragionamento che l’interiorità sente estranei a sé. Invece di sviluppare la capacità di entrare in rapporto con il mondo interiore lo si tiene a bada chiudendolo nel ragionamento astratto.
L’intelletto, se non ha scambio con le emozioni, non apre la mente, come comunemente si pensa, ma la chiude imprigionando l’interiorità dentro degli schemi di ragionamento sempre più rigidi e automatici. Avere padronanza di sé e della propria vita deriva dalla capacità di sviluppare un rapporto con le emozioni, di comprenderne il significato come base della propria consapevolezza. Non c’è padronanza di sé, non c’è capacità di autogoverno nell’eccesso di razionalizzazione, anzi c’è una notevole impulsività. A differenza di ciò che comunemente si pensa è la testa a rendere impulsiva la persona perché il piano mentale traduce nell’immediatezza ogni spinta interna, mettendogli sopra dei significati presi da fuori, dati per scontati, senza che ci sia stata una riflessione e una formazione di consapevolezza propria. La persona segue a spron battuto quello che crede di aver capito con la sua testa, senza che ci sia stato uno scambio con il piano profondo e una elaborazione interna. La testa crede di avere capito ma in realtà ha messo sopra all’esperienza interiore delle spiegazioni preconcette senza che ci sia stato un reale ascolto di se stessi, una vera riflessione.
Il caos nella vita di una persona regna fintantochè pensa e parla senza essere connessa alle sue emozioni, ragionando in astratto e in aria senza alcun aggancio a se stessa. E’ chiusa nella “bolla” della sua testa piena di principi ideologici e regole che si è data senza capirsi in prima persona attraverso il dialogo con la sua interiorità. I ragionamenti, così sganciati dalle emozioni diventano pesanti, rigidi, confusi, non raggiungono mai il vero focus del problema. Il caos mentale nasce dall’eccesso di ragionamento astratto e sterile, dal riempirsi di spiegazioni intellettuali che creano confusione perché distorcono i significati interiori. La testa costruisce castelli in aria, insegue ideali a cui si affida senza senso critico, fa perdere lucidità. L’interiorità sente questa mancanza di solidità, questo essere sospesi in ragionamenti per aria senza radicamento a se stessi. Le emozioni traducono questa condizione esistenziale, fanno percepire la scarsa solidità, il vuoto di pensiero proprio, la dipendenza che si instaura da giudizi e idee esterne. Vengono però tacciate di essere irrazionali e insensate perché perturbano il piano razionale. Le emozioni in realtà stanno svolgendo una funzione fondamentale perché sono tese a compensare i vuoti della propria consapevolezza, cercano di favorire una riconnessione e un radicamento a sé. Non è facile smontare queste costruzioni mentali, a partire dagli stereotipi che circondano le emozioni, ma è fondamentale riuscire a guardare le cose da una prospettiva completamente diversa se si vuole recuperare la propria guida interna lucida e autonoma…







