Il passaggio più difficile e al contempo indispensabile in un percorso di psicoterapia è accettare di riconoscere l’assenza di contatto con la propria interiorità, il vuoto di se stessi, riconducendo ad esso la propria sofferenza. L’aspettativa che la persona nutre nei confronti della psicoterapia è però esattamente l’opposto. La persona pensa che lo psicoterapeuta debba aiutarla a portare l’attenzione fuori di sé, attribuendo la sofferenza a delle cause esterne, sottolineando le mancanze degli altri nei suoi confronti e rinforzando l’idea che lei invece sarebbe provvista di tutto, senza alcun vuoto di se stessa da colmare. Seguendo questa visione comune della psicoterapia, ampiamente diffusa, sembra che l’aiuto che lo psicoterapeuta debba dare alla persona consista nel dirle che è già consapevole, forte, matura, e nel caso avesse dubbi a riguardo, darle pronto conforto, per farle vincere lo stato di inquietudine e di incertezza che sta attraversando. Questa azione all’apparenza benevola, perché confusa con un sostegno alla propria autostima, in realtà mette solo a tacere delle emozioni, anestetizzando quel vuoto di sé che la persona fatica a percepire, a tollerare e che sta fuggendo in tutti i modi. La persona sta fuggendo dal confronto con se stessa e fatica ad accettare l’idea di dover percorrere un lento e graduale processo di maturazione. Vorrebbe avere “tutto e subito” e spinge affinchè sia l’altro, in questo caso lo psicoterapeuta, a fornirle le risposte, come è generalmente abituata a fare, avendo cercato a lungo le risposte e le sicurezze negli altri anziché dentro se stessa.
Dando un supporto psicologico che asseconda queste aspettative della persona più che l’autostima si rischia pertanto di alimentare la fuga e l’impazienza. Ci vuole pazienza per coltivare il rapporto con se stessi, per maturare e crescere in tal senso. Il legame con se stessi va infatti formato, coltivando il rapporto con la propria interiorità, non si può pretendere di disporne già, come si è abituati a credere pensando di avere già capito tutto con il solo ragionamento. La persona è slegata da se stessa perchè non ha coltivato un rapporto con la sua dimensione interiore, che non ha mai considerato una sorgente di pensiero, di vita e di scoperta. Si è completamente affidata alla sua parte razionale, credendo che lì risiedesse il suo essere, dimenticando completamente tutta la sua parte interiore, profonda, emotiva. Ciò che crede di conoscere di sé è affidato alla sua testa, l’introspezione che crede già di possedere non è la riflessione, non è il contatto con la sua interiorità, che non ha ancora coltivato, ma si riduce al ragionamento. La pretesa però è di aver già formato una propria consapevolezza, di avere in automatico un rapporto con se stessa anche senza alcun contatto con le emozioni. Fondamentalmente non si accetta di patire il senso della mancanza, il disagio del non avere subito, del non essere già provvisti di qualcosa che va costruito e non può essere già lì a propria disposizione. La relazione con se stessi non è già lì in automatico, non si instaura ragionando, riempiendo la propria testa di spiegazioni intellettuali prese da fuori, ma richiede di essere costruita interiormente e può esistere solo se si fa lo sforzo del farla vivere.
Il problema è che non si tollera di dover pazientemente dare forma a qualcosa che non è già formato e finito, non si tollera l’assenza di qualcosa di già pronto, bisogna darsi qualcosa, bisogna riempire, bisogna attaccarsi a qualcosa per placare il senso di mancanza, che non si intende elaborare costruttivamente, in maniera progettuale ristabilendo il contatto con la propria dimensione interiore. Si cercano dei riempitivi, dei contentini, delle soluzioni dipendenti al proprio malessere. Si prende tutto da fuori in maniera dipendente, stipando il proprio spazio interiore di soluzioni illusorie, pronto uso, per darsi un rapido appagamento, pur di non percepire il vuoto e la tensione che esso crea, che offrirebbe, se elaborata costruttivamente, la spinta a desiderare qualcosa di finalmente corrispondente a sé. Non si è disposti a fermarsi, non si accetta l’attesa, si vive solo l’urgenza di placare la tensione interna con rassicurazioni apparentemente benevole, parole di conferma e di consolazione, proprio nel momento in cui servirebbe saper tollerare la presa di coscienza dolorosa, la messa in discussione, le emozioni disagevoli che mettono in crisi ciò che necessita di un cambiamento, senza pretendere di eliminarle, di scaricarle fuori per l’ennesima volta. Ci si priva così delle più feconde possibilità di crescita per rimanere nella condizione di chi lamenta soltanto la pronta soluzione al proprio malessere. Si consolida l’idea che le cose debbano essere già fatte, formate e che basti afferrarle. Il rafforzamento di questa idea è rischioso visto che si tratta proprio dell’atteggiamento problematico che ha caratterizzato la vita della persona. Si tratta infatti dell’atteggiamento dipendente che l’ha portata a cercare tutto fuori, procurandosi delle soluzioni precostituite invece di attingere creativamente alla propria interiorità.
Se ci si ferma all’immediatezza si pensa di aver bisogno di tutto questo, si crede che il rapporto con se stessi consista in questo darsi, che la fiducia in se stessi coincida con questo supporto psicologico consolatorio e che la psicoterapia debba favorire tutto questo. La psicoterapia serve invece ad andare oltre questa immediatezza, a questa facile presa dipendente sulle cose favorendo un atteggiamento completamente diverso, costruttivo, teso alla ricerca non facile delle proprie soluzioni esistenziali. Non serve che la psicoterapia offra ulteriori illusioni, soluzioni facili e dipendenti di cui è piena la vita della persona e che la sua interiorità ormai rifiuta. La psicoterapia dovrebbe aiutare a sfatare la visione preconcetta che ritiene dannose le emozioni disagevoli di frustrazione, di insoddisfazione e di vuoto. Occorre infatti collocare il punto d’inizio del proprio cammino nella frustrazione del dirsi di non aver costruito qualcosa di proprio, non temendo di dover fare i conti con delle consapevolezze amare, altrimenti ci si condanna a ripetere gli stessi errori, da cui invece si può imparare tantissimo. E’ cruciale smettere di fuggire e iniziare a fare i conti con tutta una modalità di vita problematica che non ha dato centralità al rapporto con la propria interiorità e che ha fatto ruotare tutto sull’esterno, disinvestendo da sé.
Non è il confronto con se stessi ad essere nocivo, anzi è necessario per formare la consapevolezza di cui la persona ha bisogno, il danno lo fa il continuare a fuggire. Questa continua fuga comporta dei grossi costi psicologici, tra i quali il non cogliere l’opportunità del cambiamento ed erigere dei muri sempre più invalicabili nei confronti delle proprie emozioni. Se non si mette in discussione una modalità di vita problematica si rischia solo di favorire un cambiamento che segue vie facili e illusorie, basate ancora su quegli stessi presupposti che non si è stati disposti a mettere in discussione. La psicoterapia dovrebbe favorire il contatto con tutte le emozioni che l’interiorità offre per il proprio cambiamento, anche quando creano il disagio dell’assenza, del vuoto, ma per far questo occorre che la persona sia disposta a lavorare su se stessa e a non cercare nella psicoterapia l’ennesima risposta facile e accomodante…







