Senso di inadeguatezza e vittimismo: una interpretazione fuorviante

Senso di inadeguatezza e vittimismo: una interpretazione fuorviante

Il sentirsi inadeguati rispetto a dei modelli esterni, inferiori nel confronto con gli altri, è una esperienza comune, che si caratterizza per emozioni molto intense, che però vengono spesso fraintese, perché se ne dà una lettura vittimizzata. Il senso di inadeguatezza è il sentirsi inferiori per non avere ciò che appare adeguato al contesto, dagli abiti “giusti”, al fisico “giusto”, alle condizioni di vita ritenute ideali. Il senso di inadeguatezza segnala una dipendenza da una gerarchia di valori, di canoni, di standard. Il sentirsi non all’altezza indica che si stanno subendo le idee dominanti di valore, che si sta ragionando in modo stereotipato, secondo una logica esterna da cui si dipende. Questo stato interiore è largamente frainteso perché viene tradotto nell’immediatezza secondo dei significati vittimizzati, come stato di mancanza e di insoddisfazione legato al non avere ciò che gli altri hanno. C’è una traduzione rapida, una modalità all’insegna del lamento per lo stato di mancanza ingiustamente  subito, che permette alla persona di sbarazzarsi di ciò che l’emozione vuole realmente dirle, perchè è un contenuto scomodo, che le dà fastidio perchè le fa percepire il vincolo di dipendenza dall’esterno, mettendola a contatto con la sua fragilità. La persona vuole liberarsi da questi stati interiori disagevoli che cercano di impegnarla ad aprire il confronto con il modo dipendente in cui ha costruito il senso di sé facendosi approvare e convalidare dall’esterno. Invece di guardare dentro questo modo dipendente di vivere  cerca di vincere il senso di inadeguatezza attraverso lo sfogo vittimistico e l’incoraggiamento a credere in se stessa, ma le emozioni in questo modo non vengono comprese nei loro autentici significati ma solo contrastate e sconfitte. L’incompresione è grande perchè si scambia per credere in se stessi tutta una modalità dipendente di vivere che spinge a conformarsi a delle idee di valore, rimanendone inevitabilmente dominati.

Nel sentirsi inadeguati la presa del sentire è forte perché fa percepire lo stato di soggezione nei confronti dell’altro, il timore del suo giudizio, lo sforzo di piacergli per il proprio bisogno d’approvazione. Tutte emozioni che la persona liquida con la sua interpretazione vittimistica invece di ascoltarle nei loro significati. Il vittimismo distorce a tal punto la realtà interiore da alimentare la convinzione che il problema del sentirsi inadeguati sia quello di essere infelici per non essere come gli altri, per non avere quello che gli altri hanno. C’è tutto un modo di narrare la propria vita, nel quale la persona si è identificata, che mette al centro la sua sofferenza come stato di ingiustizia, di mancanza, di svantaggio o di sfortuna. Si pensa di essere stati sfortunati per non avere avuto le condizioni di vita ritenute ideali, si pensa di essere stati ingiustamente non apprezzati o considerati, si pensa che alla base del proprio senso di inadeguatezza ci sia una disistima, un non credere sufficientemente in se stessi, che non permetterebbe di raggiungere i traguardi che altri invece sono riusciti a conseguire. La persona pensa che sarebbe stata felice se avesse avuto la vita “giusta”, come quella degli altri, se avesse avuto il partner “giusto”, se avesse avuto il corpo “giusto”. Spiegare la propria sofferenza in questi termini è rischioso e fuorviante perché non fa che alimentare la convinzione che l’autostima venga dall’esterno, che siano gli altri a dover conferire quel senso di valore di cui si lamenta il mancato possesso. Il punto più rischioso è che non ci si chiede mai in cosa consiste questo ideale di valore, lo si assume in maniera del tutto acritica, senza rendersi conto che si tratta della spinta più forte all’omologazione. Si diventa sempre più performativi, si iniziano a inseguire degli ideali di vita, a cui si cerca in tutti i modi di aderire per non sentirsi da meno degli altri.

Si pensa di dover vincere il senso di inadeguatezza superando se stessi, come se questo equivalesse finalmente a credere in se stessi, a superare i propri limiti, divenendo più sicuri di sé, quando in realtà si diventa solo più performativi, con dei costi emotivi rilevanti. Si sta solo dando dimostrazione di sé agli altri e si sta perdendo sempre di più la padronanza della propria vita. Il problema che le emozioni stavano cercando di sollevare attraverso il senso di inadeguatezza è proprio questo, il non avere una guida propria di pensiero. Quando ci si sente inadeguati non si ha padronanza della propria vita perché ci si sta facendo dire come si deve essere, ci si sta facendo dirigere dall’esterno. Il punto è che non si vuole sentire questa condizione di mancanza di autonomia, il non avere la guida della propria vita, l’essere trascinati da guide esterne di pensiero. Si cerca solo di vincere la sensazione di disagio, senza comprendere cosa c’è alla base, e per farlo ci si toglie d’impaccio andando nella direzione dell’adeguamento. La direzione contraria al problema, che chiederebbe invece, per essere risolto, di percepire la propria passività e di invertire la rotta andando nella direzione di se stessi e non certo dell’omologazione.

Quando si cerca di sconfiggere l’emozione ci si vittimizza, non ci si chiede come ci si sta conducendo nella propria vita, se sulla base di un pensiero critico o aderendo a dei canoni diventati dei dogmi indiscutibili, non ci si chiede neppure cosa si sta inseguendo e mossi da cosa. Si pensa che il problema sia sempre riconducibile a quello che non è stato dato dall’esterno, che non si è ricevuto da parte degli altri. La persona invece di vedere i suoi nodi problematici, lavorando sulla propria autonomia, come le emozioni cercano di impegnarla a fare, pensa che se avesse avuto ciò che gli altri hanno e che lei non ha ricevuto sarebbe una persona felice. Questo la spinge a cercare qualcuno che le dia dall’esterno quel valore di cui si è sentita deprivata, che le permetta di vivere quella vita ideale da cui si è sentita esclusa, il partner “giusto” che incarni il modello di vita considerato desiderabile. In altri casi si cerca di far parte dell’ambiente “giusto”, del gruppo “giusto” da cui ci si è sentiti esclusi, senza rendersi conto che il problema in realtà è stato quello di avere rincorso delle idee di vita, di essersi fatti dire come si doveva essere. Si pensa che il problema alla base della propria disistima sia stato il non essere stati accettati, mentre il senso di sfiducia è nato dentro di sé nel momento in cui ci si è allontanati da se stessi per farsi dare valore dall’esterno. Il problema alla base della disistima è il farsi dire dall’esterno come si deve vivere, cercando di adeguarsi passivamente ai modelli comuni. Ogni volta che la persona cede alla pressione delle idee dominanti, cercando di imitare il modo di essere e di vivere degli altri qualcosa dentro di lei si oppone e lo fa mandando dei segnali di sfiducia e di insicurezza. Spesso la mancanza di fiducia in se stessi nasce perché si ha in mente un modello, una persona, uno stile a cui si cerca di adeguarsi. Il vero nemico dell’autostima è l’imitazione, nel momento in cui si cerca di emulare un modello per l’interiorità tutto ciò diventa insostenibile e manda dei segnali di sfiducia per segnalare il problema.

La disistima non è una ingiustizia subita, uno stato di mancanza o di svantaggio, non dipende dagli altri che non l’avrebbero fornita dall’esterno ma nasce dal cercare di essere come tutti gli altri, perché così si diventa come dei manichini, dei soldatini che devono compiere le stesse performance. E’ l’interiorità che nel momento in cui la persona cerca di aderire a un ideale esterno, diventando artificiosa e impersonale, dà segnali di sfiducia per farle capire che ciò che conta davvero, che vale, è il dare forma alla propria soggettività e non aderire a un modello di vita impersonale, senza una identità propria. Il segnale di disistima diventa dunque un segnale interiore che vuole far capire alla persona che si è allontanata da se stessa, è la misura di quanto è distante dalla sua interiorità. A rendere una persona insicura e insoddisfatta, senza fiducia in se stessi, è la perdita della propria soggettività, è il non aver costruito qualcosa di proprio per aderire a un ideale di vita esterno, idealizzato in maniera del tutto acritica. E’ il non avere basi dentro se stessi che fa vacillare la propria autostima, che non permette di nutrirla. L’autostima può nascere e crescere se si alimenta un proprio progetto, se si dà vita a se stessi. Se si dà vita a una esistenza impersonale, su base imitativa, non si può pretendere che da dentro vengano dei segnali incoraggianti. Continuare a darne una lettura vittimizzata, pensando che la disistima nasca da eventi di vita esterni che hanno privato la persona della fiducia in se stessa significa travisare i segnali interiori. Questo è pericoloso perché è da questa incomprensione che deriva la spinta all’adeguamento, mentre comprendere i significati interiori nei loro significati autentici significa andare nella direzione opposta, verso il rispetto della propria soggettività, al di là di ogni standard…

Instagram

Instagram has returned empty data. Please authorize your Instagram account in the plugin settings .

Please note

This is a widgetized sidebar area and you can place any widget here, as you would with the classic WordPress sidebar.