C’è una notevole confusione su che cosa significhi fare del bene a se stessi, perchè comunemente tende a prevalere una logica dell’immediatezza secondo cui volersi bene consiste nel sollevarsi dal patire disagio, nello sgomberare la propria vita da momenti sofferti, critici. Si crede che sia questo l’essere sensibili e premurosi nei confronti di se stessi, in sostanza si fa coincidere il volersi bene con il contrastare l’esperienza interiore disagevole, dandosi pronto ristoro, allontanando da sé qualsiasi contenuto spiacevole. C’è un concetto di sensibilità, di empatia, tanto diffuso quanto stereotipato che crede che la connessione con la dimensione intima di se stessi o con la dimensione intima dell’altro si stabilisca su base consolatoria, aiutando se stessi o l’altro a liberarsi da stati interiori impegnativi, disagevoli. Si pensa che l’aiuto da dare a se stessi o all’altro consista nello sgravarsi da ogni carico di responsabilità, confermandosi a vicenda nel dirsi che nel proprio modo di procedere “va tutto bene” e che dunque la tensione emotiva provata è solo una afflizione nociva di cui si è vittima. A conferma di ciò si utilizzano delle spiegazioni teoriche che sembrano spiegare tutto, ma che in realtà chiudono il discorso dentro uno schema rigido di ragionamento che porta sempre il discorso fuori di sé, senza che si stabilisca un contatto con la dimensione emotiva. Si è spesso del tutto inconsapevoli che così si finisce per fare coincidere la connessione con se stessi, la conoscenza di se stessi, con il vittimismo. Non ci si accorge che in questo modo non si stabilisce alcuna connessione intima, alcun rapporto, ma si asseconda solo il vittimismo di se stessi o dell’altro, si creano semmai delle “complicità” nella deresponsabilizzazione reciproca.
L’illusione di aver stabilito un contatto empatico è forte perché nel vittimismo la persona crede di aver capito finalmente se stessa, crede di aver trovato le cause della sua sofferenza all’esterno, di essersi capita. Crede di aver stabilito una connessione con se stessa consolandosi e giustificandosi, come se volersi bene fosse questo alleggerirsi da qualsiasi responsabilità, allontanando da sé ogni percezione disagevole, senza rendersi conto che facendo così, in realtà, sta mettendo a tacere le sue emozioni. Le emozioni le creano disagio perchè sono scomode visto che vorrebbero condurla a delle prese di coscienza su di sé e sulla propria vita che non è disposta a fare. Quello che in superficie sembra un atteggiamento molto benevolo e morbido, perché accomodante, è in realtà, appena sotto la superficie, molto rigido e chiuso perché la persona sta erigendo delle difese psicologiche granitiche contro le sue emozioni, da cui sta fuggendo. In questo modo si alimenta la dissociazione da sé perché si finisce per non riconoscere come propria l’esperienza interiore che si sta attraversando, che viene trattata solo come qualcosa di estraneo, causata dall’azione di qualcun altro, su cui viene rimpallata qualsiasi responsabilità, invece di comprendere che i propri stati interiori vengono generati dalla propria interiorità.
Quando si prova qualcosa di disagevole questo non è l’effetto del comportamento di qualcun altro ma è uno stato interiore generato dentro se stessi, dalla propria interiorità, per impegnare la persona a prendere consapevolezza di se stessa su questioni decisive per la propria vita. Quando si cerca la causa dei propri stati interiori nel comportamento di qualcun altro non si prende contatto con se stessi ma si portano fuori dei contenuti emotivi, ci si sfoga, si scarica fuori quello che andrebbe percepito e elaborato interiormente. Sostanzialmente non si vuole percepire il nucleo profondo della propria sofferenza, un nucleo doloroso che pone la persona a contatto con una percezione di sé molto diversa da ciò che ama ripetersi a livello cosciente, una percezione molto più problematica, conflittuale, spesso con dei nuclei profondi di vuoto e di fragilità. Si maschera questa percezione disagevole di sé mettendoci sopra delle spiegazioni teoriche che finiscono con lo spegnere lo stato di tensione interna, che vorrebbe invece spingere a vedere più chiaro dentro se stessi, senza maschere, aprendo il confronto con i propri nodi problematici.
La connessione con se stessi non consiste in questa sensazione liberatoria e consolatoria che nell’immediatezza sembra dare benessere perchè allenta delle tensioni emotive. Questo è sfogo vittimistico, è portare tutto fuori, è distaccarsi dalle emozioni. Se in superficie e nell’immediatezza sembra di darsi qualcosa, finendo spesso per cercare dei riempitivi che attenuano e ovattano gli stati interiori impegnativi, in realtà ci si sta staccando dalle emozioni, dal sentirle, le si sta sopendo sistematicamente. Non appena c’è una difficoltà si cerca di eliminarla dalla propria vita, di fuggirla con ogni mezzo, dandosi pronto ristoro con soluzioni evasive e consolatorie. Si è nell’urgenza di placare, di sistemare, di eliminare, non si è disposti a sentire, a entrare in contatto, in intimità con se stessi. Sostanzialmente ci si anestetizza, ci si priva delle proprie emozioni, sbarazzandosene, cacciandole malamente, ma questa azione, tale è lo stato di dissociazione da sé, viene definita “volersi bene” perché ormai si è abituati a far coincidere il senso di benessere con il disimpegno. La persona avendo allontanato da sé la difficoltà del far vivere qualcosa di proprio, reggendone le tensioni necessarie, fatica a rendersi conto che è proprio questo atteggiamento ad esserle costato caro nella vita, perché non è stata disposta allo sforzo attivo del farsi vivere e ora che qualcosa cerca di segnalare il problema lo guarda in maniera ostile, perché ormai ha ovattato a tal punto la sua vita dentro la bambagia di questo presunto volersi bene da non capire più cosa è il calore e il legame a sé. Scambia per calore un effetto transitorio di ovattamento e spegnimento della sofferenza, senza rendersi conto che ciò la condanna all’anestesia, all’incomunicabilità con la sua interiorità. Quello che viene spacciato come volersi bene è in realtà il diventare indifferenti, fondamentalmente insensibili a ogni richiamo interiore, che a più riprese ha cercato di far emergere il problema con vissuti impegnativi, sofferti. E’ l’essere di fronte alla propria sofferenza del tutto impassibili, senza ascolto, senza dialogo con la dimensione interiore, ritenuta soltanto il nemico da contrastare. E’ come se ci si guardasse soffrire senza battere ciglio, senza preoccuparsi di ciò che l’interiorità sta cercando di dire, rimanendo nella bambagia del presunto bene, dandosi soluzioni pronto uso, dei contentini scambiati per affettività. Se ci ferma all’immediatezza si pensa di aver bisogno di tutto questo, che il rapporto con se stessi consista in questo darsi riempitivi, che la fiducia in se stessi sia rappresentata da questa consolazione acritica. Questa situazione di distacco emotivo, di freddezza, viene invece spacciata, in superficie, come bene e premura nei confronti di se stessi perché nel combattere gli stati interiori di sofferenza si pensa esserci un principio di cura.
Nel momento in cui ci si libera dagli stati sofferti si alimenta solo questo essere impassibili e acritici, perché una delle cose che si è tacitata per prima è la messa in discussione di se stessi. In realtà l’intimità, il calore si genera dal contatto con le emozioni, anche quando sono difficili perché spingono a fare chiarezza dentro se stessi. Il calore dell’intimità si stabilisce dentro l’esperienza interiore, reggendone le tensioni, i passaggi complicati, perché lì si forma consapevolezza, pensiero, si dà vita al proprio progetto. La fatica di far vivere il proprio progetto, non risparmiandosi le difficoltà necessarie, diventa scambio fertile, legame a sé, calore, vita che cresce. Fuggire le difficoltà, anche se apparentemente può sembrare un atteggiamento “benevolo” perché sgrava nell’immediatezza da carichi impegnativi, crea solo un atteggiamento vittimistico, indurito. E’ un atteggiamento che crea distanza, ovattamento, fino al rimanere del tutto indifferenti rispetto a qualsiasi moto vitale della propria interiorità. Occorre andare oltre l’immediatezza se si vuole creare una vera connessione con le proprie emozioni, percependone tutte le potenzialità anche quando aprono a percorsi impegnativi…







